16 June 2017

I brand di moda tornano ad approvvigionarsi in Europa

Gli acquirenti europei di prodotti tessili stanno sempre più spostando nuovamente in Europa le proprie filiere di approvvigionamento e fornitura a causa dei costi in aumento in Cina per quanto riguarda il lavoro, le materie prime e l'energia.

Come riporta la Reuter, sebbene la Cina resti un leader mondiale dei prodotti tessili e dell'abbigliamento con esportazioni per 284 miliardi di dollari USA nel 2015, i salari locali sono cresciuti ad un tasso composto di crescita di oltre il 12% e non sono più abbastanza convenienti per competere proprio in ordine ai prezzi.

Allo stesso tempo, il settore tessile cinese deve affrontare un aumento dei costi delle materie prime, ingenti tasse sulle importazioni di attrezzature di base per la produzione e regole ambientali più costose.

Il piano quinquennale del governo cinese per i prodotti tessili, pubblicato a settembre, ammette che i costi più alti stanno indebolendo il vantaggio competitivo della Cina rispetto a paesi sviluppati come l'Italia dotati di migliori tecnologie ed a paesi in via di sviluppo con salari più bassi.

Secondo i dati della ITMF (International Textile Manufacturers Federation), il divario fra il costo del lavoro fra le filature italiana e cinese si è ridotto di circa il 30% dal 2008 al 2016 sino a 0,57 dollari USA al kg da 0,82 dollari USA.

La Reuters riporta che - sebbene il salario orario di un tessitore cinese l'anno scorso sia stato di 3,52 dollari USA, secondo l'ITMF, con un aumento del 25% dal 2014 - si è trattato ancora di una frazione degli oltre 27,25 dollari USA pagati in Italia.

Ma poiché i salari cinesi non saranno a lungo così bassi, anche il processo di spedizione dei materiali alla volta della Cina e poi di spedizione di ritorno in Europa dei prodotti diventa meno allettante, ha detto alla Reuters Shiu Lo MO-ching, presidente della Hong Kong General Chamber of Textiles Ltd ed amministratore delegato del produttore tessile Wah Fung Group.

"Potrebbero piuttosto preferire di riportare la produzione in Europa" aggiunge Shiu. "Questa tendenza è alquanto ovvia".

Le marche occidentali di abbigliamento sono inoltre sotto pressione affinché offrano più collezioni e look personalizzati, cosa che richiede che i loro fornitori siano più vicini e veloci.

In Cina, per contrasto, la filiera distributiva è più lunga e spesso frammentata, dando a paesi come l'Italia un vantaggio competitivo, ha dichiarato alla Reuters Ercole Botto Poala, amministratore delegato dell’azienda tessile italiana Reda.

Secondo la SMI, associazione italiana tessile e moda, le importazioni tessili dell'Italia dalla Cina sono diminuite dell'8,7% nei primi 10 mesi dello scorso anno sino a 347 milioni di euro (370 milioni di dollari USA).

Le sue esportazioni alla volta della Cina sono aumentate del 2,8% sino a 165 milioni di euro nello stesso periodo; peraltro, come riferisce la Reuters, le esportazioni tessili complessive l'anno scorso sono diminuite del 2% per 4,3 miliardi di euro.

Per alcuni acquirenti, anche la qualità ed il prezzo sono sempre più importanti. Ed alcune marche inoltre sono sempre più motivate da preoccupazioni inerenti alla tracciabilità del prodotto e vorrebbero evitare i potenziali rischi per la reputazione, ha detto alla Reuters Alessandro Brun, professore del Politecnico di Milano.

Alcuni produttori e compratori affermano che è troppo presto perché i dati mostrino il flusso esistente in uscita dalla Cina.

La Reuters cita però dati cinesi, che dimostrano come le esportazioni tessili della Cina alla volta dell'Unione Europea siano cresciute di un modesto 1,4% nei primi dieci mesi dell'anno scorso, ma sono calate del 4,1% ad ottobre.

(da: lloydsloadinglist.com)

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